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Noi, i cugini tammarri degli italiani

Ritratto di Rosa Buonanno
Inviato da Rosa Buonanno il Mer, 11/02/2015 - 11:48
Noi, i cugini tammarri degli italiani

“Parole, parole, parole…” cantava Mina il secolo scorso e mi sembrava un inizio adeguato per un post che avrei voluto scrivere un mese fa e che voleva essere una riflessione critica sulla piena di parole che ci stava invadendo nei giorni successivi la morte di Pino Daniele.
Nel criticare la profusione di parole però, ne avrei aggiunto altre e quello che avrei scritto probabilmente era già stato detto, postate, tweettato da qualcuno altro. Mi sono trattenuta fino ad ora.
Ad un mese di distanza dalla scomparsa del nostro Pino però, vorrei condividere una riflessione diversa a proposito di alcune di quelle parole di cui sopra, parole che mi hanno colpito e, all’inizio, anche un po’ affondata ma a cui ora voglio opporre orgogliosamente la mia libertà di essere quella che sono: una napoletana addolorata.

… fan o semplici curiosi che hanno protestato con la famiglia per la scelta, legittima di aprire la camera ardente solo agli amici… hanno protestato con la scelta della famiglia di non tumulare Pino Daniele a Napoli, arrivando ad ottenere il doppio funerale… questa non è più ammirazione ma animismo, una forma quasi di religione che dal culto di dio passa al culto del divo… Quelle facce che volevano avere in mano quel cadavere, lo consideravano cosa loro, mi hanno davvero inquietato. (intervento di Massimo Gramellini a Che tempo che fa del 10 gennaio 2015)

“La napoletanità tracima spesso in una retorica da cui una persona intelligente come Pino Daniele non a caso ha scelto di prender le distanze” (tweet di Gad Lerner del 6 gennaio 2015)

...L’augurio di chi ama Napoli è che la difficile gestione dei funerali di Pino Daniele… serva a ragionare un poco su certe sregolatezze emotive, i decibel di troppo, le lacrime in eccesso. Pino era napoletano fino al midollo e il suo sostanziale e ricercato esilio… in vita come in morte, è l’ultimo regalo fatto a Napoli. (Michele Serra Da La Repubblica del 07/01/2015)

Ecco alcune di quelle parole di cui parlavo. Parole che hanno lasciato una lunga scia emotiva perché provengono da persone le cui opinioni in varie occasioni ho condiviso, per il modo ironico, misurato, non banale di leggere e commentare la politica e l’attualità italiana. Non in questo caso.
Queste affermazioni hanno un comune denominatore: l’opinione che l’emotività dei napoletani esondi dagli argini del civile e contenuto sentire degli italiani, che tracimi in retorica esagerata, in sregolatezze emotive, in lacrime in eccesso e decibel di troppo, in cannibalismo famelico del divo, vivo o morto che sia.
Questo comune denominatore non può semplicisticamente definirsi “pregiudizio”, ma è l’espressione di una percezione che si ha dei napoletani e che anche la democratica sinistra radical chic non è immune dal sentire.
I napoletani sono percepiti come quei cugini tamarri che non si vorrebbe mai presentare agli amici, non si vorrebbe mai invitare alle cerimonie, mai avere ai funerali dei propri cari. Creano imbarazzo.

La loro esuberanza poco rispettosa del galateo, il loro modo di agire e reagire, la loro imprevedibilità risultano aspetti fastidiosi perché incontrollabili. Cugini tamarri che certe volte sorprendono per dei guizzi geniali e in quel caso sì, gli viene concesso di essere parte della famiglia, e, indebitamente, si attribuisce la loro originalità a geni familiari di cui tutti in famiglia, ci si affretta a dire, sono forniti. Il gap parentale con i cugini tamarri, si allarga e si restringe a seconda delle situazioni e più essi si conformano all’abito mentale del ramo nobile e civile della famiglia, più si è disponibili a farli entrare nel cerchio magico degli emotivi educati. In virtù di non so quale superiore legittimazione, l’intellighenzia spocchiosa che milita in questo cerchio magico, si erge a modello di vita e vuole indirizzare i tamarri verso principi e azioni consoni al proprio senso della morale e del decoro.

Ed ecco come, nel caso del talentuoso cugino tamarro Pino Daniele, ci si adopera per ripulirlo dalla “tamarragine”, negando o attribuendogli qualità e carattere non riconducibili a quello che si intende per “napoletanità”, affermando sostanzialmente: sarà pure nato a Napoli ma non è come gli altri, non è un tamarro è “… compassato e silenzioso… è un bluesman pallido con una delicata, ammirevole misura”. Si insinua che tra il cantante e la città si fosse “rotto qualcosa”, che i funerali a Napoli siano stati pretesi con arroganza dai fan ma che non rispecchiassero una sua volontà…

Di quegli stessi fan si parla perché provocano “l’ignobile gazzarra intorno alla sua salma” e sempre loro hanno inquietato Gramellini con le loro “… facce che volevano avere in mano quel cadavere, lo consideravano cosa loro…”.
Onestamente mi chiedo dove abbia visto queste facce Gramellini: in fila presso la camera ardente? Fra i partecipanti al flash mob di piazza Plebiscito? Fra le migliaia di persone al suo funerale? Forse voleva, attraverso un’immagine simbolica, esprimere quel culto del divo di cui già abbiamo detto, ma, a conferma della mia teoria su come siamo percepiti dal resto di Italia, quell’immagine si riferiva specificatamente ai fan napoletani, ed è un’immagine evocativa di sensazioni fortemente repulsive, disturbanti in cui è impossibile riconoscere anche uno solo dei fan di Pino Daniele. Personalmente ritengo l’intervento di Gramellini degno della peggiore televisione degli ultimi tempi, quella che amplifica con parole, smorfie e lessico ad effetto le chiacchiere da bar, solo per suscitare l’applauso facile. Mezzuccio mediatico peraltro, non del tutto riuscito dovendolo giudicare dalla fredda risposta del pubblico di Che tempo che fa.

E’ così difficile da capire che per tutti noi Pino Daniele era un fratello? Un fratello che si fa fatica a lasciare andare, lo si vorrebbe trattenere ancora un po’, abbracciandolo stretto stretto l’ultima volta. Sì, era andato via da tempo per cercare altrove la sua strada, come altri, tanti, napoletani e non, che viaggiano, girano, si spostano, inquieti e curiosi di quello che il mondo può offrire. Il suo però, non era un esilio volontario dalla Napoli chiassosa e fagocitatrice come invece insinuano gli emotivi chic, né era un prendere le distanze da una città perché poco adatta ad un uomo misurato come lui.
Niente legittima una tale tesi, anzi, tutto ciò che ha fatto, scritto e prodotto la confuta. La sua ironia, la sua passione nel denunciare i mali di Napoli, la sua lingua, la sua musica, i suoi musicisti, i suoi versi, la sua rabbia, la sua malinconia, la sua “appucundria”, tutto di lui rivela il suo profondo senso di appartenenza alla città e ai suoi mille colori. Pino Daniele non era un esiliato volontario, era piuttosto un pendolare con domicilio fisico variabile ma con residenza affettiva fissa.

La mia personale interpretazione degli eventi immediatamente successivi la morte di Pino, poco ha a che fare con i fan. Si basa sull’esperienza, diretta e indiretta, di chi ha subito un lutto improvviso e prematuro di una persona cara. Queste esperienze ci raccontano che i primi momenti, sono vissuti come in uno stato di trance. Ci si muove e si agisce da automa, il pensiero è dentro una bolla che impedisce un contatto diretto con il mondo esterno. Si risponde alle domande con un sì o un no senza capirle e la cosa che accade più frequentemente è che le decisioni le prenda chi riesce ad essere pratico e razionale, in genere qualcuno più esterno dell’entourage familiare. Non sempre però la risposta migliore è quella pratica e razionale.

Credo sia successo questo con i figli e i familiari più stretti di Pino Daniele. I repentini cambi di disposizioni (orario di apertura della camera ardente, il funerale unico a Roma, il secondo funerale a Napoli) sono, secondo me, la dimostrazione della doppia matrice, quella esterna pratica e quella interna emotiva, nel decidere il da farsi. Non credo si sia deciso per il funerale a Napoli sotto pressione dei fan, credo invece che i figli abbiano fatto un atto di cuore permettendo al padre di ricevere il giusto tributo da parte della sua città. Tributo potente che ha fatto bene soprattutto a loro, perché gli ha fornito la reale misura dell’affetto dei napoletani per Pino e, malgrado possa apparire impossibile, la vicinanza e la condivisione del dolore danno un po’ di tregua dalla disperazione.

Chiudo con un piccolo estratto del post dei figli sulla pagina Facebook di Pino Daniele: “… l’affetto che stiamo ricevendo è qualcosa di potente… il vostro pensiero ci arriva e ci sta aiutando… Grazie …”
Prego, non c’è di che… contenti di esservi stati di conforto e grati per il privilegio avuto di poter salutare il nostro Pino, vi abbracciamo e vi salutiamo con affetto.
Firmato: i Cugini Tamarri.

Commenti

Analisi lucidisima e veritiera di quello che tanti di noi ancora sentono per questa scomparsa. Credo che chi non è di Napoli non può proprio comprendere cosa abbia significato questa perdita! Grazie

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