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A che titolo?

Ritratto di Rosa Buonanno
Inviato da Rosa Buonanno il Gio, 21/12/2023 - 10:47

Diventa difficile trovare un titolo che sintetizzi una riflessione complessa, un flusso di coscienza che si è diramato in una reticola di pensieri affluenti. Non è stata una corrente impetuosa e sono riuscita a seguirla per buona parte del suo tragitto.
Non posso dire dove terminerà la sua corsa perché mentre digito, la corrente riprende il suo fluire e, onestamente, non so dove approderà.

Tutto è partito da quanto ho visto, sentito, letto su Palestina e Israele dopo i fatti del 7 ottobre che si può riassumere così: all'atto terroristico del braccio armato di Hamas, lo stato di Israele ha reagito con un’inaccettabile azione di terrorismo di stato.
Questi i fatti…almeno per me.

Questa precisazione è d'obbligo perché non tutti interpretiamo gli accadimenti allo stesso modo ed è proprio da qua che è partita la mia riflessione.
Ai miei occhi e al mio senso morale infatti, pare un principio riconoscibile e imprescindibile che il governo di uno stato, non può ritenere la guerra contro un popolo di civili disarmati, l’unica risposta politica ad atto di terrorismo.

Ai miei occhi, il governo di uno stato democraticamente eletto è agli antipodi del terrorismo perché questo ripudia e si muove fuori da ogni regola democratica e civile. Non chiede, non agisce per delegata autorità, agisce per interessi o ragioni che quasi mai rispondono ad un interesse condiviso dalla comunità e, soprattutto, agisce con indiscriminata violenza.

Ai miei occhi, chi è eletto per rappresentare, nel prendere le decisioni deve avere presente un basilare principio: agire nell’interesse e per il benessere dei cittadini del proprio paese nel rispetto dei diritti degli altri Stati.

Ai miei occhi, la decisione di attaccare Gaza non ha condotto benefici al popolo israeliano, ai miei occhi è limpido e incontestabile che i diritti dei Palestinesi siano stati pesantemente lesi. Da qui è sorta una domanda che ha fatto deviare il flusso dei miei pensieri: perché ciò che è così chiaro ai miei occhi è oscuro per molti altri?

Il gap etico che si è aperto fra noi cittadini del mondo in questo preciso momento storico, si allarga per fisiologica evoluzione del pensiero o per l’intervento di una variabile controllata?
La corrente di pensiero non mi ha portata ad una risposta definitiva ma ad alcune considerazioni: l’indignazione, la rabbia, l’empatia, i sentimenti sono sempre meno espressione dell’essere, del personale rielaborare e reagire a quanto succede nel mondo.
Ci imbattiamo sempre più spesso in camaleontiche creature che adattano e mimetizzano il loro “sentire” ed “essere” ai like, alle visualizzazioni, ai commenti sui social. Creature che trovano nell’omologazione il supporto per partecipare alla vita pubblica e privata, l’omologazione per evitare l’isolamento e il linciaggio social.

La ricerca continua del riconoscimento sociale però, rende condizionabili e chi, per mestiere, si occupa di comunicazione, conosce bene quali tecniche, strategie e strumenti usare per indirizzare il “personale” senso morale portandolo verso quello “comune”.
Con la manipolazione dei fatti, con lo sminuirne o amplificandone l’importanza, con le omissioni, le insinuazioni, le accentuazioni, gli ammiccamenti, si è condotti inconsapevolmente verso una verità piuttosto che a un'altra e quella silenziosamente suggerita è percepita come unica e incontrovertibile… almeno fino a quando gode della legittimazione social.

L’approdo finale di tutte queste considerazioni è che il gap morale che riscontro tra il mio “sentire” e quello che si diffonde nell’etere, è il risultato di forze di non meglio identificata natura che, per interessi propri, indirizzano il sentire comune. Un sentire comune nel quale non tutti si riconoscono e, ahimè, io sono tra questi.

Il mio flusso di coscienza è arrivato poi a scuola, attraversando veloce una riflessione sulla sempre più ipotetica libertà di pensiero e sulla pace, in tempi di elastica moralità.
La parola “pace” mi ha portato ad un ricordo legato alla mia professione.
Un’alunna, alla mia richiesta di leggere un passo di una poesia sulla pace, mi ha timidamente sussurrato che non poteva farlo perché la sua religione non lo consentiva.
Dopo un attimo di disorientamento (nella poesia non c’era alcun riferimento religioso) ho chiesto, ho ascoltato e ho capito.
Ho capito che per la famiglia della mia alunna, in questo preciso momento storico, la parola “pace” è uno slogan che nasconde un inganno, perché li relega nel ruolo dei cattivi.
Per gli adulti della famiglia della mia alunna, parlare di “pace” oggi significa prendere una posizione… che non è la loro.

Potremmo, come facciamo, invocare la pace come un mantra a scuola, sui social media, nelle omelie in chiesa, nei discorsi di rappresentanza. Nei fatti però, questo mantra serve solo a lavarci la coscienza, perché in nome della pace continuiamo a sostenere governi che lanciano razzi contro ospedali e continuiamo ad inviare armi invece che emissari di pace.

Il ricordo del viso mortificato della mia alunna, che pensava di avermi delusa per il suo rifiuto di leggere la poesia e del mio abbraccio per rassicurarla, ha interrotto il flusso dei miei pensieri. Si è interrotto in una piena emotiva provocata dal senso di inadeguatezza che provo, come persona e come insegnante.
Non so cosa altro dire… O forse sì…
Scusami cara alunna mia… scusatemi tutti.

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