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Un cuore in gabbia

Ritratto di ntlnico
Inviato da ntlnico il Gio, 02/10/2025 - 11:36

Oggi ci tocca un atto di coraggio.

Non un gesto qualunque, ma un grido contro la disumanità che da anni cresce come una ferita aperta sotto gli occhi del mondo.

Navi umanitarie vengono abbordate da uno Stato che agisce come un predatore in acque che non possiede, acque internazionali.
Quelle davanti a Gaza, fino a 12 miglia, per il diritto internazionale, non sono israeliane: sono palestinesi.

Eppure, dal 2009 Israele se ne è appropriato, tracciando un filo spinato invisibile sul mare. Un blocco navale, terrestre e aereo che ha trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto, un cuore che batte tra muri di cemento e recinzioni di ferro.
Il diritto internazionale è limpido: la Convenzione ONU sul diritto del mare (Montego Bay, 1982) riconosce il “passaggio inoffensivo”.
Navi che portano cibo e medicine non minacciano nessuno Stato. Fermarle significa calpestare la legge e, soprattutto, colpire direttamente i civili.

Non è più questione di opinioni, né di “da che parte stare”.
Ognuno può pensare come caxxo meglio crede chi sia più terrorista tra Israele e Hamas.

Qui si parla di esseri umani. Bambini, madri, padri, anziani che hanno diritto a vivere. Impedire loro pane e acqua durante una carestia è una punizione collettiva, vietata dalle Convenzioni di Ginevra.
Eppure il mondo guarda altrove, come se il silenzio potesse assolvere.

Condannare Israele non è un atto di coraggio: è un dovere. Un dovere che i governi occidentali hanno tradito, rifugiandosi in un silenzio imbarazzante.
Qualcuno ha avuto la forza di reagire – come il presidente colombiano Gustavo Petro, che ha ordinato la partenza della delegazione israeliana dal suo territorio – ma altrove prevale la vigliaccheria.

E i media?
Ridotti a greggi belanti, incapaci di un urlo vero, piegati a tappetino davanti a chi li sovvenziona. Intanto a Gaza oltre 62.000 persone sono state uccise, tra cui più di 18.500 bambini, e 156.000 sono i feriti.

A Gaza non si muore solo sotto le bombe: si muore di fame, di sete, di malattia.
Si muore perché il pane non arriva, perché l’acqua è avvelenata, perché il cuore stesso della città batte circondato dal filo spinato.
Si muore di umiliazione, di solitudine, di un’umanità negata.

E allora basta.
Bisogna agire. Bisogna resistere.
Le piazze che si riempiono in tutto il mondo sono onde di speranza contro i palazzi del potere.
Non solo slogan, ma gesti.
Non solo parole, ma folle umane che facciano tremare le fondamenta dell’indifferenza.

#Resistere #Agire #StopGenocidio

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