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Still life

Ritratto di Vincenzo Cimmino
Inviato da Vincenzo Cimmino il Lun, 26/01/2026 - 10:07
riflessioni sul film Still life

Still life è un piccolo film di Uberto Pasolini, regista italiano che vive in Inghilterra. È un film di una quindicina di anni fa che spesso gira sulle piattaforme streaming. Prima di recensirlo faccio una premessa: a me non piace rivedere un film, soprattutto in tv, ma questa pellicola, che ho rivisto giusto qualche giorno fa, mi è piaciuta proprio come la prima volta.

La storia parla di John May, un impiegato del comune di Londra, che ha il compito di rintracciare i parenti delle persone che muoiono in solitudine. John svolge il suo lavoro in maniera molto meticolosa e la sua vita è fatta di piccoli riti quotidiani: la colazione in ufficio, il ritorno a casa, la cena serale, il riscontro tassonomico ai casi che tratta e che riesce a chiudere. L’impressione che dà, almeno a me, è che abbia qualche tratto autistico, ripetitivo e un’indole melanconica.

La storia prende avvio quando John deve ricercare i parenti di un uomo alcolizzato, morto nei pressi della sua casa, in totale abbandono. Da questo momento inizia la ricerca di indizi per poter rintracciare i suoi congiunti, ricerca che lo porta a ricostruire la vita di quest’uomo, dalla vita di caserma durante la guerra delle Falkland, alla relazione con una donna da cui ha una figlia, e del loro successivo abbandono e la caduta nell’alcolismo.

In questa parte, il film diventa quasi un giallo che stride in maniera molto forte rispetto all’abitudinarietà della vita di John. Intanto, accade un altro fatto che dà un ulteriore sviluppo alla storia: il servizio comunale a cui appartiene John viene soppresso e lui licenziato. È un nuovo, giovane, rampante capoufficio, un “blairiano” per intenderci, che gli annuncia che la macchina comunale non può più accollarsi il servizio svolto da John perché non ha alcuna redditività. Prima di lasciare il lavoro, però, John ottiene un’altra settimana per poter completare la ricerca della figlia abbandonata dell’alcolizzato morto vicino casa sua.

Alla fine riesce a trovarla, Kelly è il suo nome, e dopo una vita solitaria comincia un rapporto con lei. La sua vita sembra rinascere ma, a questo punto, non vado oltre e vi invito a vedere questa pellicola.

È un film commovente, dove è messo in luce l’isolamento che spesso si vive, in particolare nelle grandi città, piene di gente, ma in realtà tutte sole, incapaci di interagire con il proprio vicino. Oltre a questo, il film apre uno sguardo, con un approccio delicato, ai fuoriusciti della società, alle persone che in maniera deliberata abbandonano lo stile di vita “comune e designato”.

Volendo dare una lettura un po’ più articolata e “politica”, a me questo film ha ricordato il testo di Fitter Happier dei Radiohead. La canzone, tratta dall’album OK Computer del 1997, rappresenta in poche rime il quadro di quello che è stata l’epoca del “blairismo”.
“Più in forma, più felice, più produttivo, a tuo agio, non bere troppo”, queste sono le rime di questa cantilena e danno un quadro dell’epoca in cui in Gran Bretagna iniziava il periodo del regno di Tony Blair.

Secondo me, questo periodo rappresenta una svolta storica fondamentale per le società europee, le cui conseguenze viviamo ancora oggi. Rispetto alla precedente epoca di Thatcher, personaggio scorbutico, arcigno, non fotogenico, che si presentò sulla scena politica con un approccio violento, tendente a ridimensionare tutti i diritti, soprattutto quelli delle classi più popolari, Blair si mostra come l’incarnazione della modernità. Giovane, bello, telegenico, e sin dall’inizio ispirato da uno spirito giovanilistico e sorridente.

Nella sostanza, però, Blair mantenne quello che era l’impianto neoliberista dell’era Thatcher, basato sulla riduzione del potere dei sindacati, sull’aumento della flessibilità del lavoro e su una forte privatizzazione dei servizi pubblici, il tutto accompagnato, in politica estera, da un forte appoggio agli USA nell’invasione dell’Afghanistan e Kosovo, e da un forte ostruzionismo alla politica comune dell’Unione Europea.

In Italia, questa politica trovò i suoi emuli nel maggiore partito della sinistra. Da D’Alema a Renzi, dal PDS all’attuale PD, abbiamo assistito a una trasformazione della politica portata avanti da questo partito.

Anche in questo caso, come per il blairismo, si è avviato, con una facciata buonista e progressiva, uno stravolgimento della società italiana, che ha portato, secondo me, al progressivo allontanamento delle persone di sinistra dalla politica, e in ultimo, all’attuale governo sovranista.

Mi riferisco all’intervento nell’ex Jugoslavia, alla riforma Bassanini, alle privatizzazioni selvagge, alla riforma Madia, al Jobs Act, alla riforma del Titolo V della Costituzione, alla riforma pensionistica Dini, al processo che sta portando alla morte la centralità del servizio sanitario nazionale, alla creazione di infiniti contratti di lavoro non garantito, al decreto Minniti di contrasto all’immigrazione, e questo solo per citare qualcuno degli interventi fatti da governi di sinistra che hanno affossato lo stato sociale.

Ma, secondo me, quello che ha prodotto i maggiori danni, purtroppo, è ciò che non è stato fatto da questi governi cosiddetti di sinistra.
Non è stata fatta una politica per la casa adeguata alle esigenze dei giovani e delle famiglie meno abbienti, non è stata fatta una legge sul conflitto d’interessi, dando il “la” ai potentati politico-economici di farsi le leggi “ad personam”, non è stato riformato il sistema bancario, il più caro d’Europa, non è stata fatta una seria politica di integrazione che permetta di fare crescere questo Paese, ormai diventato vecchio, non è stata fatta una politica per la scelta del fine vita, non è stata fatta una politica salariale che permettesse non solo la sopravvivenza…

I puntini sospensivi perché potrei continuare per molte altre righe su quanto non è stato fatto ma, questa mia, è la recensione del film Still Life, che vale la pena di vedere e rivedere.

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