Il prezzo del silenzio
Il ribelle con l’ufficio marketing
Susan Sarandon ha quasi ottant’anni.
Potrebbe scegliere i festival, le retrospettive, gli applausi dovuti a una carriera straordinaria. Potrebbe amministrare con prudenza ciò che ha conquistato e lasciare ai più giovani il compito di mettersi nei guai.
Il 24 settembre era invece davanti alle Nazioni Unite, a New York.
È stata arrestata durante una manifestazione organizzata contro Benjamin Netanyahu in occasione del suo intervento all’Assemblea generale.
Poche settimane prima aveva raccontato di continuare a perdere ruoli cinematografici a causa delle proprie posizioni sulla Palestina.
Ed è forse questo dettaglio a rendere quella fotografia così potente.
Perché da quel momento la domanda non riguarda più soltanto Susan Sarandon.
Quanto siamo disposti a perdere per ciò in cui diciamo di credere?
Per un artista, forse, la domanda pesa ancora di più.
Un artista vive di parole, immagini, simboli. Molti hanno costruito buona parte della propria identità pubblica intorno a concetti come libertà, ultimi, discriminazione, pace, periferia, sofferenza, ribellione.
Parole importanti e necessarie
Parole che però diventano improvvisamente meno nobili quando scopriamo che funzionano soltanto finché non presentano il conto.
Gaza quel conto lo ha presentato.
E lo ha fatto in maniera brutale.
Quando la complessità diventa un alibi
Possiamo discutere della storia di quella terra, del 7 ottobre, degli ostaggi, del terrorismo, della sicurezza di Israele, delle responsabilità politiche e del diritto internazionale.
Possiamo discutere di tutto.
Ma la complessità non può diventare una coperta sotto la quale nascondere ciò che vediamo.
La storia può essere complessa. La morte di civili no. E la morte dei bambini non diventa più comprensibile perché il conflitto ha radici antiche.
Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità israeliane hanno commesso e continuano a commettere genocidio contro i palestinesi della Striscia di Gaza. Israele respinge questa accusa.
La questione giuridica continuerà ad essere discussa.
Quella umana molto meno.
E c’è una distinzione che dovrebbe essere semplice: criticare il governo israeliano, le sue scelte o le sue azioni non significa odiare gli ebrei.
L’antisemitismo è odio e discriminazione contro gli ebrei e va combattuto senza esitazioni.
Si può ricordare Auschwitz e guardare Gaza.
Non c’è contraddizione.
Il principio, alla fine, dovrebbe essere sempre lo stesso:
nessuna vita umana vale meno di un’altra.
Ed è proprio quando questo principio diventa scomodo che scopriamo quanto fosse vero.
Quando parlare presenta il conto
Lo abbiamo visto anche nel tour americano di Ed Sheeran.
Macklemore sale sul palco e dice “Free Palestine”.
Poco dopo viene escluso dalle successive date americane.
Non perché il pubblico non lo volesse.
Ma perché alcuni proprietari delle venue non erano disposti ad accettare la sua presenza.
Macklemore ha indicato Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium, uomo molto influente nel mondo economico e sportivo americano e da anni impegnato nel sostegno a Israele, tra le figure che avrebbero esercitato pressioni affinchè alcune strutture non accettassero la sua presenza.
Ed è qui che la faccenda diventa ancora più interessante.
Perché spesso immaginiamo la censura come qualcosa di esplicito.
Qualcuno che telefona, qualcuno che ordina, qualcuno che vieta.
Ma il potere economico non ha sempre bisogno di essere così grossolano.
Può funzionare molto meglio, limitandosi a stabilire quanto ti costerà parlare.
Uno stadio. Un promoter. Uno sponsor. Una piattaforma. Un contratto.
Un’agenda che improvvisamente si svuota.
Un telefono che non squilla più.
Formalmente sei libero.
Ma la libertà cambia significato quando qualcun altro possiede il palco.
Ed è proprio per questo che alcuni gesti acquistano valore.
Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga hanno abbandonato alcune date del tour in solidarietà con Macklemore.
Potevano restare. Hanno scelto di andare via.
Anche lì la questione era semplice:
quanto sei disposto a perdere?
L’industria dell’impegno
Ed è a questo punto che diventa inevitabile guardare anche a casa nostra.
Perché negli ultimi anni abbiamo visto nascere una vera industria dell’impegno.
La pace, l’ambiente, le minoranze, gli ultimi, la diversità; la libertà.
Cause giuste, spesso sostenute con sincerità.
Ma esiste anche un momento nel quale l’impegno smette di essere convinzione e diventa immagine.
Branding.
Posizionamento.
La pace purché non disturbi troppo.
La ribellione purché resti commerciabile.
La solidarietà purché costi un post e restituisca consenso.
Il pugno alzato purché dall’altra parte non ci sia qualcuno capace di chiudere il palco.
E qui la prudenza comincia a diventare sospetta, perché davanti ad alcune ingiustizie non serve un dottorato.
Davanti ad altre, improvvisamente, servono tremila anni di storia del Medio Oriente prima di riuscire a dire che uccidere civili, e soprattutto bambini, è sbagliato.
Forse è paura, forse è calcolo; forse è il timore di perdere contratti, sponsor, accesso, visibilità.
Ed è umano.
Ma almeno chiamiamolo con il suo nome.
Non chiamiamo coraggio ciò che coraggio non è.
Il ribelle con l’ufficio marketing
E poi c’è il rap.
Qui, francamente, la contraddizione diventa quasi perfetta.
Il rap ha costruito la propria mitologia sull’essere voce di chi non ne aveva una.
La periferia, la fame, la strada, la polizia, il sistema.
L’emarginazione.
Il ragazzo che nessuno ascoltava e che finalmente prende un microfono.
È una narrazione potente.
Ed è diventata anche un mercato potentissimo.
Persino quando quel ragazzo vive ormai altrove da anni, la periferia continua ad accompagnarlo.
La Lamborghini cambia.
Il quartiere resta.
Perché certifica autenticità.
Perché vende.
E allora viene spontaneo chiedersi:
Dove finisce tutta quella rabbia quando l’oppresso smette di essere un personaggio della tua narrazione e diventa una persona reale?
Dove sono le tue frasi contro il potere quando il potere non indossa una divisa, ma possiede il palco sul quale vuoi salire?
Perché prendersela con la polizia può essere perfettamente compatibile con il mercato.
Prendersela con chi controlla una parte di quel mercato potrebbe esserlo molto meno.
Naturalmente non tutti hanno taciuto.
Ghali, per esempio, ha preso posizione più volte e ha attaccato apertamente il silenzio di parte del mondo musicale italiano.
Altri hanno contestato le sue generalizzazioni, ed è giusto ricordarlo.
Questo non è un processo collettivo al rap.
È un processo alla sua retorica quando quella retorica non sopravvive alla realtà.
Se costruisci una carriera dicendo di dare voce agli oppressi, prima o poi qualcuno ti chiederà dove fosse quella voce quando l’oppressione non era più una metafora.
Se vendi ribellione, prima o poi quella ribellione deve uscire dalla sala d’incisione.
Altrimenti il sospetto diventa inevitabile.
Che una parte di quella rabbia non sia mai stata davvero lotta.
Che fosse merce.
Il sistema trasformato in nemico dentro le canzoni mentre si lavora perfettamente dentro il sistema.
La rivoluzione con il product manager.
Il ribelle con l’ufficio marketing.
Ed è forse proprio questo che una parte del pubblico percepisce, anche senza dirlo.
La celebrità contemporanea non vende più soltanto talento.
Vende identificazione.
Vende la sensazione che quel successo sia raggiungibile, quasi ordinario.
Se ce l’ha fatta lui, posso farcela anch’io.
E così non compriamo soltanto musica.
Compriamo una possibilità.
È un mercato enorme.
Ma non chiamiamolo necessariamente ribellione.
Il diritto di tacere. E quello di ricordare.
Nessuno dovrebbe essere obbligato a diventare un militante.
Nessuno deve pubblicare una bandiera, nessuno dovrebbe essere giudicato in base al numero di post dedicati alla Palestina.
Il silenzio resta un diritto.
Ma anche chi ascolta ha un diritto.
Quello di ricordare.
Se per vent’anni mi hai parlato degli ultimi, quando arrivano gli ultimi veri mi ricorderò delle tue parole.
Se hai costruito il personaggio del ribelle, guarderò cosa succede quando ribellarsi comporta una conseguenza.
Se hai trasformato l’impegno in parte della tua identità artistica, sarà inevitabile chiedermi dove finisca quell’impegno quando smette di produrre consenso.
Puoi tacere.
Certo.
È un tuo diritto.
Ma poi, non vendermi il tuo silenzio come prudenza. Perché dietro il personaggio del ribelle potrei cominciare a vedere soltanto un quaquaraquà.
Quando arriva il conto
Forse Gaza ha fatto anche questo.
Ha tolto il sipario.
Ha mostrato la distanza che può esistere tra ciò che diciamo e ciò che siamo disposti a rischiare per dirlo.
Susan Sarandon racconta di continuare a perdere lavoro e continua a manifestare.
Macklemore prende posizione e perde il palco.
Altri artisti rinunciano alle loro date per solidarietà.
Altri ancora hanno scelto da anni di esporsi pubblicamente, accettandone le conseguenze.
Non significa trasformarli in santi, considerarli infallibili. Significa soltanto riconoscere una differenza.
Esistono convinzioni che pronunciamo quando non abbiamo nulla da perdere.
E convinzioni che scopriamo di avere davvero soltanto quando arriva il conto.
Forse, quando tutto questo sarà storia, resterà proprio questa domanda:
non soltanto che cosa dicevamo di essere.
Ma quanto eravamo disposti a perdere per esserlo davvero.
