Ma la scimmia ubriaca sta diventando astemia?
Come ogni anno, in questo periodo le riviste che si occupano di vino iniziano con i resoconti degli assaggi della nuova annata.
Come sempre, si parla di annata eccezionale per alcuni vini e di altre facezie e ovvietà.
Tuttavia, quest’anno l’accento è stato posto su un argomento forse più interessante: il calo dei consumi di vino.
In realtà, questo calo è ormai visibile da diversi decenni, accompagnato da un mutamento nelle tipologie di vino consumate. Ma vediamo come mai è accaduto tutto ciò.
Dal vino alimento al vino occasione
Da ormai una sessantina d’anni il vino non è più considerato un alimento, e quindi non fa più parte della nostra razione quotidiana.
Il consumo medio, infatti, è passato da oltre 130 litri annui nel 1960 agli attuali 40-45 litri.
Non beviamo più a pranzo e a cena, ma solo in determinate occasioni.
Possiamo quindi dedurre che oggi bere vino sia diventato un atto tra il modaiolo e l’intellettualistico.
In linea di massima beviamo sicuramente meglio, ma abbiamo perso il contatto con il “vino quotidiano”: quello di facile beva, che ci permetteva di godere e di avere un contatto giornaliero con questa bevanda, magari ottenendo un piacere anche da prodotti di non eccessiva caratura e costo.
Tecnica, clima e… dissonanza a tavola
Un altro punto importante riguarda l’evoluzione della tecnica enologica, che ha prodotto vini sempre più “importanti”: ben strutturati, morbidi, spesso più alcolici — conseguenza della tecnica agronomica e del cambiamento climatico.
Tutto questo ha creato una contro circuitazione, a fronte di vini più impostati, la nostra alimentazione è andata in direzione opposta, con pasti sempre più informali, caratterizzati da gusti leggeri e delicati.
Il primo risultato? Una diminuzione dei consumi di vini rossi, troppo impegnativi, a favore di bianchi fermi e bollicine, più adatti ai gusti e ai ritmi contemporanei.
Il vino si stacca dal cibo
Questo si è accompagnato ad un altro cambiamento secondo me importante, cioè slegare l’atto del bere da quello del mangiare.
Non a caso assistiamo all’aumento dei wine bar, che consentono un consumo più economico e informale del vino — spesso alla spina, ma comunque di buona qualità.
Il calo dei consumi va collegato anche all’aumento esponenziale dei prezzi.
Ciò dipende in parte dalla struttura delle aziende vitivinicole, in parte dal costo crescente delle tecniche enologiche e agronomiche.
A questo si aggiunge il ricarico applicato dai ristoratori, soprattutto sui vini di fascia medio-bassa.
Tutto ciò ha portato a un progressivo allontanamento delle giovani generazioni dal vino, complice anche la narrativa salutistica, le politiche restrittive sugli alcolici e — forse più di tutto, secondo me, della narrazione che si fa del vino.
Il vino: da rito popolare a pantomima elitaria
Il vino oggi è racchiuso in un cliché: tra pantomime elitarie di bicchieri roteanti, un vocabolario arcaico e prezzi elevati.
Insomma, il vino è diventato un prodotto da boomer, per non dire… da vecchi!
Verso un vino più “sincero”
La sopravvivenza di questa bevanda, e del suo consumo, passa da un rinnovamento profondo.
C’è bisogno di vini meno artificiosi e più sinceri. Non è un caso che i vini naturali stiano raccogliendo tanto successo: magari non sempre perfetti, ma percepiti come più salubri, autentici e accessibili.
Ancora più urgente, però, è rinnovare il modo di narrarlo: il vino deve tornare a essere raccontato con semplicità, senza snobismi né eccessi di tecnicismo fine a sé stesso.
Riscoprire il contatto diretto
Fino a vent’anni fa anche chi non aveva grandi mezzi poteva degustare vini eccellenti a prezzi modici, in eventi accessibili che mettevano in contatto diretto con i produttori.
Oggi, invece, dominano le mega degustazioni e le verticali costose, che più che avvicinare al vino, lo trasformano in una pantomima.
È tempo di svestire il vino dai suoi dogmi e restituirlo alla gente: farlo tornare strumento di socialità, piacere, condivisione e accogliente convivialità.
