Finché c’è protesta, c’è speranza

Un uomo con le braccia aperte si frappone tra un cordone di polizia e un grande corteo di giovani manifestanti

Associare la parola “protesta” con l’aspettativa fiduciosa che richiama il termine “speranza”,  nelle settimane in cui le manifestazioni studentesche infiammano strade e dibattiti politici, potrebbe apparire come una provocazione o come una personale legittimazione di quella violenza che sta accompagnando le proteste in Italia e all’estero.

Permettetemi però di fare una riflessione più profonda e meno semplicistica sulla questione.

Al netto, la protesta, è una legittima e garantita rivendicazione di diritti negati; considerandola nel suo lordo, è una pesante attestazione dell’incomunicabilità sociale.

Netto e lordo: nella discussione deve entrare questo indicatore di valutazione: il lordo è il pesante superfluo che si fa fatica a portare, è l’imballaggio ingombrante di cui ci si libera per constatare il reale peso della sostanza contenuta in esso. Il netto è la sostanza che troviamo intrappolata in mille trucioli che nascondono la sua forma effettiva.

Nella questione “proteste studentesche”, il netto è il ricavo positivo rappresentato dall’impegno che questi ragazzi si sono assunti di far sentire la loro voce agli adulti, che stanno prendendo decisioni che peseranno sulle loro spalle in un futuro prossimo; il lordo, il peso totale della questione, è la strumentalizzazione della protesta, è la narrazione ufficiale che attraverso i social, la stampa accreditata (dal potere, non certo dall’opinione pubblica) ci restituisce un quadro finale estremamente cupo di una gioventù violenta, che in queste proteste trova il canale per scaricare frustrazioni personali che niente hanno a che fare con le rivendicazioni sociali…

Il mondo adulto tratta i giovani con malcelato rancore. Si è indulgenti solo con i figli…

E’ certo che nessuno vorrebbe giovani esagitati distruttori di città ma, a parte i dubbi personali su chi siano e quali motivi muovano realmente questi agitatori di piazze, l’obiezione che mi viene subito in mente è che comunque agiscano sti’ giovani c’è sempre l’adulto pronto a colpirli con un manganello simbolico o reale.

Se non sono manifestanti sinistrorsi e sfasciatori di vetrine, sono smidollati senza principi che seguono influencer esibizionisti dell’ignoranza, della volontà di sopraffazione, del lusso sfrenato come esercizio di potere, dell’umiliazione inflitta ad altri come diritto alla vendetta e al divertimento.

Se da un lato si criticano i giovani che scendono in piazza a manifestare, dall’altro quotidianamente si pontifica nei talk show televisivi su giovani senza ideali e principi che diventano protagonisti di fatti di cronaca nera, compiendo atti estremi contro docenti, disabili, omosessuali, senzatetto, donne.

Ma Insomma… come li si vorrebbe i giovani? Indifferenti, partecipativi, manipolabili, cinici, di principi, amorali, materialisti, sognatori, ambiziosi, generosi? 

Ipotizzo una risposta sintetica: li vogliono elettori di destra: aggressivi quando devono opporsi agli oppositori, inebetiti quando devono appoggiare politiche repressive.

Il netto della questione è, a mio parere, che i nostri giovani stanno mostrando la loro capacità di indignarsi, cosa che in molti non credevamo sarebbero stati più capaci perché obnubilati da overdose di social media.

I nostri giovani si indignano  come è giusto che sia… Sì perché l’indignazione trova la sua stagione aurea nella gioventù. Anche noi con qualche anno in più sulle spalle,  abbiamo avuto la nostra fase di “indignati”.

Ci siamo indignati per i “No” dei genitori ai nostri primi tentativi di uscire dalla loro influenza; ci siamo indignati per valutazioni scolastiche che ritenevamo ingiuste; ci siamo indignanti quando il nostro pensiero veniva sminuito o, peggio, mortificato perché non conforme alla morale adulta, alla consuetudine, alla buona educazione; ci siamo indignati per le ingiustizie che vedevamo intorno a noi e che non potevamo affrontare se non a prezzo di essere messi in punizione per la preoccupazione che provocavamo ai nostri genitori. Abbiamo manifestato, occupato scuole, urlato slogan perché indignati per questa o quella questione che per noi era di rilevanza globale… Qualche volta ci siamo indignati per moda o per far colpa su qualcuno… vabbè…peccati di gioventù…

Comunque… L’indignazione è il primo vagito della personalità che tenta di avere un peso nelle decisioni degli adulti, genitori, professori, politici che siano.

Se l’indignazione ancora muove la coscienza dei giovani non c’è che da rallegrarsene e se questa indignazione guida i giovani verso le manifestazioni di piazza dobbiamo sostenerli, non manganellarli.

Si indignano i nostri giovani perché l’apparato politico che dovrebbe preservare il loro diritto al futuro glielo sta negando. Per loro si prepara un piatto misto indigesto composto da: guerra, ingiustizia sociale, sopraffazione, precarietà perenne, violazione di ogni diritto, nazionale o internazionale compiuta da lobby e da potenti capi di stato che restano impuniti nel silenzio e con la complicità di altri stati. Tutto questo è in serbo per la nostra gioventù.

In questo dibattito tra lordo e netto delle proteste, la scuola da che parte sta? E’ anch’essa  lordo che appesantisce con codarde prese di distanza, rifiutando ogni addebito di fallimento o è parte netta come ricavo attivo?

La scuola può aver fallito in molti aspetti che meritano un approfondimento più specifico ma, nel caso delle rimostranze giovanili è, per me, decisamente parte del netto.

E’ netto la missione della scuola laica e pubblica di fornire gli strumenti per leggere la realtà, per partecipare in modo consapevole alla cosa pubblica, per non lasciare indietro nessuno, per intervenire con rispetto e sensibilità nel dibattito politico, per la costruzione di ponti e non di muri, per rifiutare ogni giustificazione alla guerra, per abbattere le ingiustizie sociali, per salvaguardare la Terra dal disastro ambientale in corso, per togliere il loro futuro dalle mani di pochi che stanno divorando già il presente e pretendono di lasciare in eredità alla loro sparuta discendenza, il dominio del mondo.

No, la scuola non ha fallito se ha impedito che i nostri giovani diventassero ignavi o cinici perché quelli sarebbero stati segni inequivocabili di sconfitta, di resa.  

Non lasciamo che la scuola sia l’unica in trincea in difesa dei diritti costituzionali. Adesso è il momento che tutti gli “adulti” del mondo reale difendano la loro progenie dagli attacchi degli adulti del mondo surreale che li vorrebbero obbedienti soldati al loro servizio.

E’ responsabilità di tutti: non dobbiamo fallire, dobbiamo frapporci, non solo fisicamente ma anche con affettivamente e ideologicamente, fra i nostri figli e le cariche predisposte da chi sta distruggendo i diritti conquistati, spesso anche con la lotta pacifica delle manifestazioni di piazza. 

Finché c’è protesta, c’è speranza… Se la protesta non c’è… allora siamo fritti. 

«Immagine illustrativa generata con AI.»

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